ATTO PRIMO
Arpeggi di luci,
in fondo ...sulla riva,
sull'altra sponda
intenti fan bagordi.
Echi di flauti, di tamburi,
e canti, e fuochi e balli
essa è una festa
per ingraziarsi loro
Dei della terra, dei cieli
e di quei mari che
m'han portato ad
essere ramingo ...
schiavo del destino e della sorte
E sulle dune della spiaggia in ombra
su scogli fanno amore,
uomini e donne,
donne con donne
e giovani implumi
ancora al primo fiore
senza differenza di alcun sesso
gioiscono d'amore e son felici.
Danzano a festa,
e fanno onde i raggi
della luna ... poiché ammaliata.
E mentre tutti sono ormai distratti
ebbri di vino, coinvolti negli amplessi,
si getta lei, la luna, dentro il mare
in cerca di sirene che senza posa
giocano col vento a farsi amare
Da quello scoglio vedeva, l'Odisseo,
dentro soffriva lo strazio ed il dolore
della sua terra captava ancora odori
e quei profumi abbandonati un tempo,
assieme ai campi, dove
l'aratro spesso s'intampava,
tanto la terra era ingrata e tosta,
ed ogni frutto pregnato di sudore
cresceva come un ladro,
quasi rubando il suo sostentamento
fra sassi, sabbia
e zolle arse al sole.
Magari eroe,
pronto ad ogni pugna,
cotanta astuzia, nomato per coraggio,
sentiva nostalgia della terra,
di quando il vento portava quei profumi
e ardiva al cuore sciogliersi d'amore,
dappoi il ricordo dei suoi verdi ulivi,
rubavan agli occhi lacrime copiose,
davan dolore come ferite
inferte da una spada
ancor più forte
di chi colpisce a morte.
La brezza marina, le lacrime sfiorava,
e le freddava facendole calare
sopra il suo volto,
come se fosse un ninno abbandonato
presso una scala d'angolo di strada.
Ancor più sordi ma sempre molto vive
sentivasi gli armenti lamentare, un agnellino
in cerca di sollievo poiché la madre
lo ha lasciato solo ...o una giumenta,
forse una vacca nell'atto del figliare
tanto è da presso quell'isola all'eroe
Lui sognava ad occhi aperti ancora,
e non voleva Morfeo che lo prendesse
sentiva necessario abbandonarsi
ai suoi ricordi ... di quando
con lo sguardo preveggeva
la nascita del sole i suoi colori.
Quando i riflessi di luce innamorata
facevano alle ombre disegnare,
fantasie di sogno su le
colline piene di stormi,
e uccelli d'ogni sorta
e la passione gli rubava il cuore.
Se ne soffriva l'Odisseo del dolo
gli entrava, nelle vene come un male
che gli fa veleno quando lo respiri
e poi d'appresso gli manca sino
il gusto della vita,
poi maledisse il fato, ed i suoi pari.
Che ci sto a fare in questo posto amaro
proprio perché dolce, invitante, e bello
più ingiusta ancora mi pare questa pena
chiuso nella gabbia del ricordo
come se fossi un volontario a morte
mentr'io anelo di tornare al “Posto”
magari per vederlo e poi morire.
Che maledetta sia la stirpe degli Dei
e tutti i re, regnanti sulla terra
che fanno della pugna loro arte
per il potere loro e mercanzie
mandando in guerra gli ingenui eroi
che tornano morti ...
Godendo falsa gloria!
Quelli vivi restano dediti agli armenti,
ai campi a seminare terra arsa e infame
perché i Signori prima del cielo,
dappoi di questa terra decisero i potenti!
che tutti i plebi e nulla tenenti
dovevano morire fra gli stenti.
Grave castigo o Dei mi avete imposto
se mai pure offese e danni v'arrecai
ma quale uomo merita l'esilio dalla terra sua
senza avere commesso alcuna colpa
se non quella di amarla cosi tanto
d'andare in guerra difenderne l'onore.
E' troppo amaro stare lontani
da chi ti diede un dì
il soffio della vita, il primo sole,
la prima volta dedicata al seno
di quella donna che mi diede luce.
e tutto questo per volere vostro
ma la memoria al cuore vi si appanna.
Vivo profonda l'amarezza mia
che tutto ciò c'amavo m'ha lasciato
come se fossi macchiato dalla lebbra
tutto è lontano come fosse un sogno
tutti gli amati attendono notizie
da un vagabondo che ancora non ritorna.
Non ho nemmeno
una colomba in sogno per dare loro
la gioia della novella
che sono ancora in auge,
in una terra, se pure bella,
non è mai dolce come la terra mia.
Persino Argo fedele amico mio,
chissà s'è vivo, se mi sta cercando
magari in terre lontane, sconosciute
dove una mano potrebbe
dargli dolo, poiché si fida,
non ha malizie tanto il cuore
è dolce come un bimbo.
se pure in sogno lo vedo,
ancora ...
è in buona compagnia
ma vive triste e sente nostalgia.
Chissà se il vento porta a lui
gli odori delle mie vesti,
dei sentimenti miei
lui ha buon fiuto e non si sbaglia mai,
è cane eccelso in questa sua mansione
e non si scorda mai del suo padrone.
Sognava ad occhi aperti il prode eroe
e fu cosi che rimestando amore,
per quella bestia ch'egli amava tanto,
socchiuse i lumi e da lontano
immaginò, vedere d'arrivare
il povero animale addolorato.
La coda tra le gambe e orecchie basse
quasi a scusarsi per vivere lontano.
Vienimi Argo, incontro qui a giocare
prendimi la mano, fatti accarezzare
buttati in acqua, e nuota come sai
che io t'aspetto, sorreggi l'onde
gareggia fra di loro ti vengo incontro
per vederci prima.
E s'incontraro sopra un'altra roccia
si salutaro con molta intensità.
Ed io meschino che ti credevo morto
poiché gli Dei tardarono l' avvento
ma adesso di vederti son contento.
Raccontami ora cosa t'è successo.
Ti trovo bene anche se un po’ triste
chi t'ha raccolto, chi t'ha voluto bene
forse una dea, un dio protettore,
magari un uomo illuminato e colto
oppure tu se pure solitario, hai
prodigato il tuo intelletto fino.
Restò interdetto il povero animale
che dentro gli occhi guardava il suo padrone
e vide parti della vita fatta dall'eroe
e n'ebbe gran timore.
Scene di pugne, lotte e morti,
donne bambini uccisi in pochi istanti
e poi violenze, le sopraffazioni.
Le mura di una Troia ormai in ginocchio
non era il caso di far soverchierie
su quelle genti ch'eran già sconfitte.
I viaggi fatti verso terre nuove, cogliere
frutti, che son di altri lidi,
e donne possedute per gaudenzia
senza un pensiero, per la terra sua,
Penelope concessa a i suoi nemici
ne manco un servo che le facesse scudo
per tutte quelle offese che subiva
e di Telemaco figlio senza padre,
in cerca d'una vera genitura.
ATTO SECONDO
Fu coperto lo scoglio dell'incontro
da immense nubi tanto giganti, scure, e dense
che l'orizzonte scomparve con i monti
e dopo tuoni e lampi così forti
che l' Odisseo ed Argo,
furon rapiti, portati nel passato.
Si ritrovaron sulle rive audaci
di un fiume dolce che lento passeggiava
portando un canto di serenità.
Stavan dormendo gli eroi di spazio e tempo
sdraiati sulle foglie di gran tigli,
che li cullava come loro figli,
erano stanchi per il grande viaggio
poiché, al risveglio molto coraggio
sarebbe stato saggio, averne molto
e senza alcun risparmio.
Venivano cullati vezzeggiati sopra
le onde di quei ricordi vivi
e mai svaniti, come quell'acqua,
dello Scamandro amico
che gli scorreva accanto ... taciturno
quasi a celare un gran dolore amaro.
Erano figli della natura tutta
se pure assai diversi,
l'uno era cane
l'altro era uomo eroe,
aveva ogni cosa d' imparare
proprio da Argo padrone del suo tempo
perché lumato da luce degli Dei.
Diedero ad Argo il senno e la ragione
che l'Odisseo l' aveva un dì dispersa
poiché rapito dall'ingordigia umana
causa il potere, l'ambizione,
fatta arroganza per i molti averi,
lo resero servo della propria ignavia
poiché un tempo tornando al proprio
desco decise d'involarsi in altre imprese
lasciando i propri amori nell'oblio
Ed era calma l'aria del mattino,
s'alzavano nel cielo i primi voli,
il sole traccheggiava dietro i monti,
ed i villani svegliavano le spighe
la infondo al bosco, il vento s'allenava
giocando con i rovi, e con i fiori,
mentre le foglie dei platani a riposo
solevano col vento gorgogliare.
Ma fu la luna prima del ritiro,
col suo sbadiglio a svegliare Argo,
che per dovere, con molta decisione
col suo tartufo sveglia il suo padrone
che intanto spegne il sogno della notte
Vide Odisseo, con gli occhi appena aperti
la luce del suo sole andargli incontro
e come fosse maga apparizione
gli parve di vedere il grande Olimpo.
Un paradiso di colori e fiori, di valli campi
e poi gli dei giocare con
tutti i doni fatti dagli umani
con Giove sempre intento con pulzelle,
Efesto che giocava coi petardi,
Era si faceva corteggiare
con Ares che giocava con le armi
e Afrodite in cerca di virgulti da coltivare,
rendere edotti al culto dell'amore.
Ma era solamente un'illusione
un desiderio coltivato in sogno
che si dissolse quando
il guaire di Argo bisbigliava
che bisognava d'avviarsi lesti
in su la strada che portava in alto
verso le mura di una città distrutta
che un tempo era magione di un impero
domus di eroi e terra molto antica.
E s'avviaron, verso la collina
a passi lenti come due stranieri
non incontrarono mercanti od altre genti,
manco un viandante
neppure un mendicante ...
tutto silente, neppure un vecchio canto,
manco una donna,
con una brocca d'acqua,
neppure un bimbo che piangesse solo
neppure un putto ... tutto era distrutto.
Vedevano soltanto dei soldati,
al sole macerati nelle carni,
uomini un tempo si, ma ora mutilati,
chi delle mani, delle braccia e gambe,
teste mozzate e donne uccise
ma prima possedute
con genitura anch'essa assassinata.
E poi dei vecchi, poveri, indifesi
in posizione di chiedere pietà.
E giovinette offese ai loro seni
con tutto il corpo ferito con viltà
ancora acerbe ma belle come un fiore,
fatte consumare in pieno sole che ...
proteggevano la verginità
E poi le mamme con la loro prole.
strette abbracciati anche nella morte.
Figli soldati, e figli appena nati
mariti, amanti mozzi o generali
semplici fanti, davanti a questa morte
uguali tutti quanti.
E dopo scudi, spade
lance, lorde di sangue, composti sulle salme
rigagnoli vermigli, e madri e figlie
mai separate neppure dalla morte
sempre abbracciate e facce spaventate
manco da Thanatos eran cancellate.
Erano sparsi oggetti d'ogni sorta,
c'erano monili, piccoli, grandi, anelli
bracciali coppe d'oro, e poi pugnali
avanzi di cibarie, e d'otri rotti dove sgorgava
ancora il vino rosso che pareva sangue,
e vesti, e lembi di tuniche, e sandali
di piedi ormai al passo con la morte.
Ma quello che più colpiva il cuore Suo, eran
degli infanti i loro ninnoli sparsi per campi
senza senno alcuno
così come si fanno i giochi di bambini.
L'aria vestita di fetore e morte,
lembi di creature senza vita,
i loro corpi, gettati in mezzo ai rovi
quanta innocenza sull'ara della gloria!
Si domandava solamente
adesso il prode
Odisseo davanti all'ecatombe.
Se è vera gloria uccidere gli infanti,
se un vero eroe fa innalzare tombe,
per gli innocenti, le donne e geniture
per gl'indifesi, o servi della gleba.
Chi della guerra non è mai vissuto,
ha fatto della terra il regno suo, ma
ha dato un figlio e non è più tornato.
E quante donne divelte
dalla vita e giovinette senza aver vissuto
neppure un giorno di gaiezza e gioia,
andare all' Ade senza una moneta
col rischio poi di non passare il guado
Guarda o Odisseo il Vostro scempio
infame, la vostra ira è strage d'innocenti
quella che tu un dì chiamasti guerra
s'è rivelata una carneficina, che solo
gli assassini posson fare.
Quella che miri non è stata guerra
essa l'è tale quando si gareggia
con uomini armati e sempre ad armi pari,
non si scatena un'ira sì funesta
su le creature che non hanno colpe !
O su mogli, oppure su le figlie
usando i loro corpi come scudi
ne tanto meno come fece Achille
che dileggiò il padre di un eroe
la quale colpa fu quella di donare
l' unica vita per l'amata terra, questo
fu un gesto di vigliaccheria.
Fatta da un vile, sul cuore vinto, di chi chiede
un figlio, anche se morto per degna sepoltura
Vigliacco Eroe questo vostro Achille.
Tu ben lo sai figlio di Laerte, che per
sconfiggere Ettore, di Priamo figlio
grande eroe di Troia, fu necessario il figlio
di una Dea non certo un uomo di semplice
figlianza e questo dona onore allo sconfitto
poiché ritengo che se la grande pugna
fosse avvenuta davvero ad armi pari
il vostro Achille sarebbe morto prima
passando il guado senza molta gloria
E la ragione dell'ira di quel pazzo
era men forte di quella dei troiani
Patroclo eroe? suvvia hai aria menzognera
la vanità, l'emulazione lo fece poi
morire, cercava gloria e vi trovò
la morte e la vendetta non la meritava.
Achille era un folle scatenato senza ritegno
e senza umanità se pure in torto volle aver
ragione poiché superbo e si sapea immortale
approfittava della genitura
facendo stragi e distruggendo tutto,
non rispettando neppure Menelao
Lui si guardava attorno e non credeva
ha gli occhi attoniti, persi, anche straniti,
e gli pareva ad Odisseo sentire, urla e voci
dei poveri meschini, presi d'assalto,
nella notte piena traditi dalla gioia
di una pace, chiusa dentro
il ventre di un cavallo la cui pietade
era celata infondo all'Ade
dove la vita era già vissuta, e non
poteva certo ritornare.
Cadde l'incanto su tutta la pianura...
come un silenzio, immenso, tetro,
triste presagio che oscurava i cuori
un gelido momento di tormento.
un'ombra depressiva sul villaggio
se ancor più triste poteva diventare.
Tacquero d'incanto gli usignoli,
tacquero, i fiumi e tutti i suoi ruscelli
e le cicale, le rane, ed i rondoni, tacquero
i merli i passeri in amore, e s'addolciro
le foglie grandi al vento.
Tutte le voci degli ultimi rimasti,
anche i lamenti gl'improperi e rabbie,
sino i vagiti dei neonati senza
una madre ... che gli era morta accanto.
Tacquero i gatti, e i latrar
dei cani che da randagi piangevano i padroni
servi da sempre, ma adesso schiavi eterni
di una morte ingiusta, e irriverente.
Sentia timore Argo, persino,
per il silenzio voluto dagli dei
che senso aveva, e proprio
in quel momento,
era insicuro il povero animale
che sotto un carro corse
a ripararsi e mise gli occhi
sotto le sue zampe in segno di terrore
e di rispetto per un nemico
che non aveva un corpo.
Ma lui sentiva doloroso e triste
tutto il lamento che proveniva
intenso prima dal cielo, e poi dalla foresta
ma intanto su la terra rivestiva,
tutto il creato che egli conosceva
e non capiva che cosa gli accadeva.
TERZO ATTO
Un'aria rarefatta, e nubi plumbei
in alto, quasi ad oscurare il primo
sole che s'era appena alzato, davano
a Troia un senso di magia, tutto era
avvolto dentro ad un mistero.
Povero Argo, stava ben nascosto
tremante come un cucciolo indifeso
sotto quel carro che poco lo copriva
e ancor cercava riparo più sicuro
tanto il terrore l'aveva a lui sorpreso.
E si trovò riparo in una cesta,
che dava dei profumi da lui ,amati
fonda al punto esatto
tanto sembrava fatta su misura
un posto giusto per celarsi tutto,
ma lui da li poteva rimirare
tutte le cose che gli umani stolti
avrebbero compiuto di li a poco.
Rimase attonito d'Itaca il regio
quando s'avvide, con stupore immenso
che sia dalla terra, che dal cielo grigio
anime tristi, dal bianco volto, e ceree
sembianze, come d'incanto comparivan tutti
coloro che a Troia diedero la vita
che fossero Achei o figli d'Ilio, stavano
insieme, senza rancore e senza astio
alcuno, senza differenza di casato.
Financo i principi, stavano coi servi
i colti, con gli sprovveduti e gli ignoranti
i ladri, assieme a gente onesta,
le prostitute con le verginelle
ed i potenti con gli ultimi del mondo.
Quanti fanciulli e bimbi, di genitura
incerta, orfani da sempre, con mano nella
mano per non restare soli manco
nell'Ade che già in vita ne avevano
vissuta di solitudine e di sopraffazione
e c'era Antenore, un giovane virgulto
che fu sedotto, violato e dopo ucciso
da un principe acheo, che in una scorribanda
in un villaggio, lo vide e poi lo volle possedere.
E poi fù ucciso dopo aver goduto
Lo volle raccontare a l’Odisseo, che spaventato
ebbe paura per la sua vendetta.
Impallidì, fu preso da terrore.
Passarono in fila. davanti ad Odisseo
e ognuno raccontava la sua morte
uno per uno, senza alcuna fretta
tanto nell'Ade di tempo ve n'è tanto.
E c'era Achille, colto da tristezza,
che si doleva e si pentiva di tutte quelle morti
che aveva procurato, senza un motivo
senza una ragione, per vanagloria.
Per sua soddisfazione.
Per punizione gli Dei, l'avevan messo
di fianco a Clitennesta, la giovinetta
rubata, ad un soldato, come diritto
di grande vincitore, e poi la uccise
assieme ai suoi soldati per divertirsi
e sentirsi ... Eroe.
Dappoi il padre degli Dei, lo chiamò
a rapporto per chiederne ragione
ai Dardani, perché distrussero
durante le bravate, tutti quei
templi dedicati a Lui e molti degli Dei
tali e quali, a quelli della Grecia.
Erano adirati e molto offesi
persino Atena si sentia derisa
nell'orgoglio chè Menelao violò
Cassandra proprio dentro il tempio
e sull'altare a Lei donato dai fedeli
E di una cosa potevan stare certi
che la vendetta degli Dei offesi,
proprio dai Troiani sarebbe provenuta
per mano di Enea, figlio troiano
e primo genituro di dei romani
e che sarebbero stati sottomessi, per punizione
dell'offesa avuta, questa è la sentenza del
gran padre. Zeus ha deciso è ciò che poi verrà.
Passavano volti, e voci, e corpi trasparenti
e sguardi, vitrei ma con giudizi saggi
pieni di esperienze, perché al di là
si apprendono le scienze, che nella
vita non siamo a conoscenza.
Ma si fermò, d' un tratto Cassiopea
vergine un tempo prima degli Achei
vestale, sacerdotessa del tempio
d'Apollo, e che nessuno doveva,
possedere poiché congiunta
al Dio della bellezza, la statua d'oro
fu rubata e fusa in nome di uno sfregio
e segno di potenza, tanto era grande
l'arroganza achea.
Sei stato tu, disse con fermezza.
puntando il guardo verso l'Odisseo
con voce tenue con fare assai pacato
con decisione senza alcun timore.
Che m'hai goduto, mentre volgevo
i preghi al mio divino, sperando che vostra
bestia nera almeno rispettasse quella sera.
Ma nulla v'ha fermato neppure io che ho solo
tredici anni, ancora vergine, poiché legata
a un Dio, ma soprattutto d'ogni sesso incolta.
Senza pietà hai fatto incetta in tutto,
di questo corpo tu n'hai fatto d'uso
e nonostante chiedessi la pietà
con la violenza degna di bestia
ti sei abbassato alla bestialità
ti sei arrogato di tutto quello
ch'è proprietà di un Dio.
Manco degli uomini indifesi,
donne e bimbi, e dappoi di saggi,
ne avete avuto cura,
di conservane l'umana dignità
Vi siete dimostrati quel che siete,
eroi indegni e servi dei regnanti,
delle ricchezze e delle vanità
Si e vero ci avete condannati, battuti certo,
ma non per beltà vostra, o per destrezza,
ma per inganno voluto dagli dei che
ci han tradito per falsa gloria
per gelosie e intrighi di palazzo.
Eppure tu nomato per intelletto per la tua
arguzia hai fatto scempio della verginità
della mia innocenza della virtù che
non ti spettava, sarai punito, sarai ramingo
per molto tempo ancora, e nei tuoi viaggi
pace non avrai. Ricorda Ulisse per la vergogna
mi sono uccisa io, a voi vigliacchi
non do soddisfazione
Ho avuto compito dal capo degli Dei.
Devo portarti ancora dentro Troia,
devi vedere le offese che hai rivolto
al mondo dell'Olimpo tutto quanto,
e quanti strazi e doli avete dato
a un popolo che avrà sbagliato,
certo, causa di un principe
viziato, e coccolato.
Ma di una cosa sono certa io,
per una donna non si fan massacri
di tante donne che può averne un re,
nessuno mai scatena questo inferno.
Mi viene il dubbio che il regnante
ed Elena l'amante, v'era un accordo
per scatenare pugna, per poi distruggere
di Priamo la reggia per conquistar tributi
e assai ricchezze. da fare con il dazio delle navi
che chiedono il passaggio per l'oriente.
Ed ora vieni segui il mio cammino
e non temere che non fo vendetta,
il padre Zeus deciderà ... l'Olimpo.!
S'era celato l'Aiace Talamonio, e lo faceva
di propria sponte sua, dietro le anime,
che in moltitudini, e al passo, senza sorrisi
e tanta pena in volto passavano davanti a l'Odisseo
e anelavano, di tornare in vita.
Ma non perdona il fato ne la morte.
L’ Aiace di nascosto già temeva, che nel racconto
Cassiopea dicesse, al prode, le nefandezze
fatte in vita sua, quando soleva
andare per villaggi a fare strage di tutti
gli abitanti, fare saccheggi, metter a ferro
e fuoco e cogliere i germogli di bambine
e di ragazzi ancora da svezzare.
Troppa era l'onta per farsi raccontare.
Taceva Odisseo, attonito ascoltava, annuiva
sentiva in cuore, tanta sofferenza,
e non gradiva le critiche, il giudizio,
se pure vero, quello che diceva
avrebbe preferito celar tutto,
non era degno per un tale eroe passare
come un semplice assassino,
sollazzatore, per violentatore.
Ma ciò ch'è vero non si può cambiare,
con Cassiopea comincia a camminare
verso la città ancora in fiamme
con gente che scappava, e corpi pieni di fuochi
e bruciature tanti innocenti e molte le creature
in cerca di sollievi e conoscenti.
ATTO QUARTO
A passo lento e con lo sguardo spento
seguiva il prode eroe, Cassiopea,
e rifletteva su quanto disse,
l'accorta messaggera che s'era
improvvisata anche indovina
a causa della volontà divina.
Si sentiva in colpa l'Odisseo.
Ma non sapeva quale rimedio porre.
E lo seguiva Argo, a passo tenue,
col cuore sconsolato, le orecchie basse
con gli occhi tristi e pieno di terrore.
Di seguirlo non aveva
cuore, anch'egli con il suo padrone,
si vergognava, di quanto aveva fatto
cercava un modo, un posto
per celarsi e non sapeva proprio
dove andare.
Era distratto da tutti
quegli odori. cataste di persone messe
al brucio, ancora morti sparsi per le strade
se pure intorno c'erano dei fiori, e boschi
e frutti non si sentiva altro che
il puzzo greve dell'infame morte.
Ordinò tosta Cassiopea, con il cipiglio
di chi ha in cuore il giusto
Dai ... vieni avanti figlio di Laerte
vieni a vedere gli atti di " Eroismo"
che avete fatto nella città di Troia
Ogni magione è segnata a fuoco
le strade sono colme di sangue
di vittime innocenti, sono dispersi
in pezzi di tutti quanti i poveri ammazzati.
Mai saranno messi in condizione
di giungere dall'altra parte di quel fiume
che il Caronte guida senza tema di
abbandonare sulla terra, sole, stanche
di vivere di stenti e privazioni.
E stanno ancora gettati sulle strade, su quelle
scale che portano all'entrata di tutti
i templi che han gli stessi Dei che voi adorate
nelle vostre terre, patrie di cultura ed arti eccelse
che voi negate a tutti quelli nati
in altre terre, che non sono vostre
per arroganza e sete di potere.
Guarda Odisseo, morte e distruzione ..
in ogni dove, ovunque poni gli occhi,
trovi innocenti e troppi hanno
l'età di un figlio tuo che anela
rivederti ed abbracciarti.
Qui di case, ormai non v'è nessuna
tutto bruciato ridotto ad un ricordo
gli stessi luoghi di culto di tanti preghi
son stati messi tutti a ferro e fuoco.
Non siete entrati ...
"se è successo è solo con l’inganno! "
per vincere una pugna col nemico,
ma per uccidere tutti, i figli e figlie
non vi è bastato uccidere i soldati
distruggere le case e tutto quanto
avere preso prigionieri e servi
di Priamo padre già morto di dolore
avete fatto scempio senza senno.
Solo per odio e depravazione
E vagano ancora le anime dei figli
di una Troia, se pur difesa,
con tutto il suo coraggio
dovette cedere al volere folle di molti
Dei sedotti da menzogne.
Cedendo alle promesse d'ecatombe
di vacche, agnelli, e di molti cervi.
A nessuno, delle nostre genti
verran posate sopra i loro occhi
monete d'oro per il loro dazio
quando Caronte dovrà portarle
verso l'altra sponda.
Dovresti or ora fartene un tuo impegno
per quelle colpe che sono dei tuoi pari
di re, regine, e principi venuti solo per gloria
non certo per amore di giustizia, in quanto
avete fatto questa guerra coprendola soltanto
di menzogne.
E intanto si faceva assai più fitta
la fila delle anime, in colonna,
poiché morivan gli ultimi viventi
colpiti da ferite troppo ampie
che prima davano speranza della vita e
l'illusione di porter campare e invece ...
era già tempo di morire.
Restava muto, di pietra, l’Odisseo a quelle viste
si raggelava il sangue
tutto quel dolore all'improvviso,
che quella notte, la notte dell'infamia
Atena nascondeva il volto suo
non era uscita per celare il male
tutto sembrava soltanto un brutto sogno
ancor più brutto a chi invece lo viveva.
I mendicanti uccisi su le scale,
le donne, morti virgulti, oppure giovinette
o donne sagge, tutte impregnate
di sangue, terra e limo,
abbandonati senza sepoltura e
tutti all'aperto come se venuto un terremoto,
come se gli Dei, scatenati avessero
perso d'incanto la ragione,
e senza aver subito nessun torto
Non eran stati gli Dei o il terremoto
a fare le cataste degli umani,
ma solo uomini, in cerca d'avventura
che con la guerra portarono sventura
e si sentiva Odisseo, il cuore in pezzi
come i cimeli regalati ai Divi, e poi gettati
In mezzo alle macerie.
E nell'Olimpo nello stesso istante,
si davano le colpe di quei fatti
che fecero di Troia moritura.
mentre banchettavano ad agnelli.
Guaiva Argo, sentendo dentro il cuore
gran dolore, e poi annusava quei corpi
ancora caldi dalla morte, fra le macerie
del crollo di una casa sente I lamenti
di un bimbo assai impaurito, con una madre
che lo tiene in braccio, per darlo fra le mani di
qualcuno che lo tenesse in vita
e poi morire con l'animo sereno
Ed Argo attira, l’Odisseo
che con ratto salto raccoglie
il bimbo e poi coglie sua madre
il cui respiro dura troppo poco,
così del padre che maledice il mondo,
ma lo ringrazia per la vita al figlio,
un gesto buono anche se fatto
da un nemico acerbo.
Sorrise dolce, ma acro
per la morte Cassiopea,
e poi ...puntando il dito verso Lui
... disse, bravo ora l'hai capito per punizione,
otre al ritardo per tornare al desco,
dovrai avere la pietà di uomo,
di seppellire, se il caso di salvare
gli ultimi rimasti, dei viventi, di Ilio e Troia
e solo dopo aver... compiuto il tutto,
con il permesso degli Dei d'Olimpo
e dopo aver offerto ai nostri Dei
potrai riprendere il viaggio che ti assilla.
... Non dimenticare le monete,
e non rubarle mettici le tue !
Non conoscesti neppure il nome mio
figlia di Eumeo, di Clio di nobiltà,
di grande discendenza, adoratori di Apollo
ormai da sempre a questo Dio
mi diedero in sposa, la mia beltade
la giovinezza mia, e la verginità che possedevo...
Era di un Dio che in fondo m'ha tradita,
non ha voluto proteggere l'amante,
quella che un dì divenuta donna
per farsi lode dell'amore Suo.
Che strano Dio infondo
devo dire, forse bastava solamente
un gesto, per porre fine al vilipendio tuo.
Se pure eroe e ricco d'intelletto
sei solo sempre un uomo che cosa ci voleva.
t'avrebbe ucciso con solo gesto ...
e non l'ha fatto, e proprio vero
son tutti uguali gli uomini nel mondo,
talmente uguali, che sembrano gli Dei
davanti a quelli che si fanno servi
e non oppongono nessuna opposizione
E detto questo Cassiopea delusa,
lasciava il mondo, accarezzando Argo,
salutò l'eroe che stava rimestando nei pensieri.
Diede uno sguardo, a tutto quanto il mondo
scese una lacrima dagli occhi azzurro mare
e maledì gli umani ...troppo
vigliacchi per definirli tali.
ATTO QUINTO
E l’Odisseo, cominciò a trovare
e seppellire i resti, di quelli
assassinati, uccisi, più dall'ingordigia,
dallo strapotere, che dalla pugna stessa.
Argo si mise in piedi a un piedistallo
d'antica statua, gettata a terra durante
una battaglia e cominciò a parlare
ai morti, alle rovine, alle macerie, qualche
vivente scampato per fortuna perché
non visto causa della luna che dal terrore
si volle lei celare.
Per non vedere una città distrutta
per fare spazio all'oro e alla ricchezza.
Intanto una colomba bianca sul sagrato
tubava col respiro della morte
e poi, più in la lontano dai guardi
delle genti, sentosi i gemiti di nuove
partorienti.
Vengano avanti tutti quegli eroi, in questo
istante di dolore immenso, quando le anime
dei sepolti uccisi vagano ancora per l'antica
Troia, in cerca del motivo vero
che ha scatenato questo infame inferno.
Non son bastati gli eroi di questa terra a dare
voce per la vera pace, neppure i figli nati
durante questa pugna durata per due lustri
e ancora adesso seppellisce tutti,
figli sconosciuti e figli illustri.
E seppellisce anche i vincitori,
illusi come sempre dal miraggio,
dell'oro che invita alla conquista,
quando si uccide se pure vincitore,
rimane in bocca l'amaro della morte
serva di nessuno e vera vincitrice
su tutti quelli che vogliono le guerre,
e della stessa fanno loro vita.
Venite avanti figli del passato,
il cui futuro viene a voi negato
e raccontate senza tema alcuno,
la storia antica de la sopraffazzione
costretti ad una guerra, per potere,
ch'è vero ha disseminato nelle tombe
di tanti eroi ne ha fatto un'ecatombe.
Ma quanti sono tutti coloro
che senza avere mete e alcuna colpa
si son trovati in mezzo a questa infamia
e sono morti.
Quanti i contadi, i giovani, gli anziani,
quante creature passate per le armi,
quante le donne, e quante le pulzelle
prima picchiate e dopo violentate
o regalate ai capi per sollazzi,
per soddisfare le loro voglie immonde.
Tutti gli armenti negli accampamenti
le scorribande a far razzie di frutti,
e il grano ch'è stato requisito
per far da cena a tutti quei balordi,
siano essi greci o figli della Patria
che abbiam difeso la nostra amata Troia,
e dopo in fine chi ha pagato
il conto son sempre stati i figli della terra.
La terra è Troia ma è terra anche
la Grecia tutti fratelli nel destino infame
l'essere schiavi di chi ti da la fame.
Non date fido a questi falsi eroi,
son prepotenti ed usi a tanti premi
quello che fanno lo fanno per bottino,
e sono eroi sopra gli impotenti
gente indifesa che odiano la guerra,
che si concedono solo per campare
di questi " Eroi " nessuno ha amato mai
nulla che fosse solo la ricchezza
I veri eroi non chiedono mai doni,
tornano ai campi a dissodare terre,
crescere gli armenti, amare i loro amori
e quando è sera guardano il tramonto
accarezzando il cane ch'è dormiente,
non violentano le contadinelle e fanno vivere
le sacre verginelle sacerdotesse di un Dio
che le protegge, anche se qualcuno
se ne scorda.
Guardate... quanti palazzi
sono andati in fumo e templi
e are, ritrovi per le genti, e ville
fontane, strade, e poi dipinti, ed arti, e vasi
ma la ricchezza che più ha subito offesa
è solo l'uomo l'unico sconfitto.
che delle guerre disperde le memorie.
che paga il prezzo e resta senza glorie.
Persin l'Olimpo se ne andò in subbuglio
pugne verbali, e c'era disaccordo,
chi sosteneva le parti degli Achei,
chi difendeva Troia in agonia
e chi diceva fingendo d'esser saggio,
che l'obliare sarebbe stato meglio,
più tosto di dividere l' Olimpo.
Decisero quasi in pieno accordo,
che bisognava chiuder la faccenda,
nel modo più veloce più d'un ratto
per mantenere uniti tutti quanti
fare finire tutta la faccenda nel modo
più italiano che si possa.
Per non punir gli Achei veri invasori
fu promulgata nuova legge si stabilì
che andare a casa d'altri, e far padroni
non è reato, al massimo una pena pecuniaria
ma in questo caso, visto che il reato, è
un po' più grave è vilipendio di religion di stato ...
E' giusto sia che l'Odisseo raccolga i morti
per degna sepoltura, per favorirlo, e accellerare
i tempi, decisero di non far più notte, per tutto
il tempo necessario ai fatti. Infonderemo forze
necessarie a ch'Egli possa andare
avanti, senza riposo con forze rinnovate,
e che non senta la fatica mai.
Che poi riprenda il viaggio per tornare,
e il cane Argo ritorni a vivere dentro il suo
futuro e non si impegni a menare rogne.
Tutti finisca a tarallucci e vino.
ATTO SESTO
Passarono ben diciassette
dei giorni necessari
per liberare Troia da quei corpi.
Per ogni giorno non vi fu più notte,
per non fermare l'opera ordinata,
era vietata la luna d'apparire
e qualche divo si lamentava
di tale decisione
però non disse una parola sola
quando gli adoratori suoi facevan
rotolare dalle rupi tutti gli innocenti
che erano di Troia gli abitanti.
Sembrava una città
di un 'altro mondo
...quanto silenzio, e molto amara
era la tristezza
che prese il cuore e il volto d'Odisseo,
che prima di partire volle sedersi ...
e ripensare a tutto.
Ci sono ancora le voci, dei morenti.
A bassa voce ci si parla ai morti
Nessuno alzi il tono della voce,
ci va rispetto
per chi adesso tace.
Come la voce della Cassiopea
con voce flebile
mi portò al reale, per questa guerra
che portò del male, soltanto a quelli
che il male non volea?
Quanta, idiozia nella filosofia
che mette un Dio
sopra ad ogni uomo,
spiegandoci, che ogni un di esso
è servo a un Dio
ch'è sopra, del nostro fato può
fare ciò che vuole e quando vuole.
Ma se la vita dev'essere a servizio
la dignità dell'uomo è calpestata
proprio dai divi che non ti danno scelta
poiché son loro a far la tua … di scelta
ma se tu sbagli la colpa non è loro.
Chissà se poi mi basterà una vita
per espiare le colpe, di vent'anni
che troppi ... dieci le ho dedicate
a provocare cataste immani, delle
umane genti che per lo più erano
innocenti, che adesso sento venire
la dall'Ade le loro voci che
fanno il nome mio e chiedono
giustizia … Ai nostri Dei
Se pure fuggo mi verranno dietro
con i lamenti, dei dolori loro,
per le nostalgie della vita,
per chi ha lasciato, amori, mogli
e fidanzate, chi piange figli, e padri, madri
o cose , come quei ninnoli, lasciati
abbandonati per poter scampare a mala sorte.
Quanta idiozia c'è nella filosofia, fidarsi
donarsi al gioco delle glorie, di cui gli Dei
si menano gran vanto, e stanno muti, fermi
non batton ciglio, quando le nubi, della
sopraffazione, dell'ingiustizia, della morte
antica ... oppure la protervia dei potenti
rendono schiavi chi solo pane chiede
o sempre solo un rigagnolo, per sete di giustizia.
Dormon gli dei o qualunque Dio
sempre impegnati ...
a disegnar progetti, per gli ignoranti,
che non capiranno, così ci dicono
i grandi sacerdoti, prendendo come esempio
l'ignoranza dei figli della gleba
per giustificare quell'assenza,
di questi Dei senza interessenza, creando
quel distacco ormai ch'eterno
che sta fra l'uomo e chi dev'esser Dio
Quanta idiozia, nella filosofia di questi
Dei addobbati a festa ricchi di ori,
ed ornamenti cari, fatti di marmi
e bronzi, e ori, quanti architetti
artisti d'ogni fatta, gioielli di cultura
e ricchi d'arte che danno pregio e stima
a chi li paga, rubando il pane,
la dignità e la vita agli unici folli che
andranno un dì a pregarli
sperando che li tolga
dagli impicci.
Ma un Dio è tale
e certo non discute
con chi ha fatto per molto
tempo la guardia ad un maiale.
Poi fan la guerra, distruggono
ogni cosa, fra loro
fan la pace per potenza
poi ricomincia la loro
prepotenza.
Raccolgo ora le ultime cose
che mi son rimaste
la mia tristezza, la mia delusione
ma soprattutto il mio pentimento,
per tutto il male che procurato io
e chi lo sa se basterà una vita
a chiedere perdono
dei miei doli, dei danni fatti,
dei procurati lutti
o se qualcuno per i seppellimenti
può darmi qualche anno di condono,
per certi mali non servono
i perdoni, non bastano
certo a lenir le pene
a fare ritornare le persone,
potrebbe farlo solamente
un Dio. Che sta facendo sogni
In altri mondi.
Ma per adesso
ci son soltanto io,
con questo cane che mi sta vicino
e mi perdona tutto quel che faccio,
ma non so ancora se egli avrà
tutta la pazienza che serve
a questo mondo per cambiare
S'è fatto tardi adesso .
E’ già ora di partire, dai vieni Argo
stammi vicino ed indica la strada
che quella che già fatto era sbagliata,
fammi lume almeno tu che guerre non fai.
Ed Argo con dolore poi … pensò
Non si senton più i canti i balli,
e le risate fragorose e dolci
dei fanciulli, i canti d'amore
delle pulzelle in fiore,
e fra le foglie degli alberi nel bosco
i gemiti caldi di innamorati,
celati dalle foglie, del sottobosco
ruffiano e ammaliatore.
Lo Scamandro, rattristato
e lento canta il dolore
di una nennia antica
e culla i sogni passati all'oltretomba,
di tutti i giovinetti
falciati dalla morte, ingiusta, infame
caduta sopra i corpi degli ignari,
se pure ricchi di speranze e sogni
finiti uccisi sui campi della pugna.
Se pure siete la luce del mattino
v'hanno oscurato
gli occhi e i vostri cuori
per il timore che diventaste
eroi, che seminaste, pace, amore,
e un seme di giustizia
capace appunto " D'infettare il mondo"
dando più lustro a questo
mondo infame sempre più amaro
contro chi chiede soltanto un posto
per vivere felice e senza affanni,
non essere più schiavi
del passato, fare del sole, il fulgido futuro.
E tu Odisseo servo come sei,
del tuo passato
ma ancor di più di questo tuo presente,
ma schiavo
ancora del prossimo futuro,
puoi camminare ancora mille anni
ma il tuo destino te lo sei segnato,
quando la terra
hai lasciato un tempo,
facendo della guerra il mito tuo
e nonostante il pentimento,
nomato hai poco la parola pace.
Eppur si sentono ancora in questo
istante l'odor del brucio
la puzza della morte
e tutti i gridi, i pianti imprecazioni,
e non accetti ancora le lezioni,
io t'accompagno sino a quello
scoglio e starti accanto adesso più non voglio
i tuoi lamenti non m'hanno mai convinto
della tua fama tu non ne sei degno.
Io resto qui con l'animo dei vinti,
che un giorno so
verrà la mia riscossa,
ma t'accompagno con il corpo mio,
affinchè tu veda quanto è amaro un mondo
vuoto di giustizia e senza grano,
e non impari quanto
siano le pene di tutti quelli che non sono stati
ne mai regnanti e ne manco mai regine
ma servi sempre
e comandanti mai.
Si facciano avanti le anime giuste ingenue
gettano il seme della lor progenie,
che siano luce nel mondo della pace
e facciano in modo che la guerra
Rimanga solamente nei ricordi.
Si faccia in modo che da oggi in poi
si debba fare a meno, di questi falsi Eroi.
E cominciò la strada del ritorno, Argo
Rivedeva dentro il cuore,
le casbe della città di Troia, immaginava,
la notte che cruenta da miseri villani era vissuta ,
ed il fuggire, gli inseguimenti degli achei,
per ammazzare tutti, e quanti furono
coloro gli scampati.
Argo e l’Odisseo …
Vennero portati ancora dagli eventi,
su quello scoglio. Fra Argo e l’Odisseo,
e non vi furono saluti, fra quei due non più amici
ma solo conoscenti.
Ed Argo continuò i pensamenti.
Si domandava perché il mondo da quando
esso è tale continua sempre a farsi molto male
e non si coglie la semplice occasione
di far la pace invece della guerra.
Già meglio sarebbe far la guerra ai ricchi
Far vincere la pace e l’uguaglianza invece
dell’ingiustizia e dell’arroganza.
E fù per questo che il prode Argo,
decise … di fare compagnia al suo Morfeo,
e che se pure non era prode eroe, ma un contadino
finito in officina, contro la guerra, e la sopraffazzione
Faceva lotta contro il suo padrone.
.Copyright Antonio Catalano 6 gennaio ’11
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